venerdì 2 febbraio 2007

La pulsione di morte della concorrenza




Assassini furiosi e suicidi come soggetti della crisi


Robert Kurz, maggio 2002



Per diversi anni è stata proverbiale nel mondo occidentale l’espressione "massacro nelle scuole". Le scuole, una volta luoghi dell’educazione più o meno autoritaria, dell’erotismo della pubertà e delle inoffensive monellerie giovanili, entrano sempre di più nel campo visuale della sfera pubblica come scenario di tragedie sanguinarie. Certamente, notizie di furiosi omicidi sono noti anche nel passato. Però agli eccessi sanguinari attuali corrisponde una qualità propria e nuova. Essi non si possono coprire con una nebbia di generalità antropologica. Piuttosto si tratta di prodotti specifici della nostra società contemporanea.

La nuova qualità di questi atti di furia assassina si può constatare in vari aspetti. Per esempio, non sono accadimenti molto distanziati nel tempo, come nelle epoche passate, ma avvengono, dagli anni ‘90, in una sequenza sempre più compatta. Sono nuovi anche altri due aspetti. Una percentuale grande e sproporzionata degli autori sono giovani, a volte anche bambini. Solo un numero molto piccolo di questi killer sono squilibrati in senso clinico; piuttosto la maggior parte sono considerati, prima dell’evento, "normali" e ben adattati. Quando i media sembrano sorpresi nel constatare questo fatto ammettono indirettamente e involontariamente che la "normalità" della società attuale porta con sé il potenziale degli atti di furia assassina.
Attira l’attenzione anche il carattere globale e universale di tale fenomeno. E' cominciato negli Usa. Nel 1997, nella città di West Paducah (Kentucky) un adolescente di 14 anni ha ucciso a spari, dopo l’orazione del mattino, tre compagni di scuola, e altri cinque sono rimasti feriti. Nel 1998, a Jonesboro (Arkansas), un bambino di 11 anni e un altro di 13 hanno aperto il fuoco contro la loro scuola, uccidendo quattro bambine e una professoressa. Nello stesso anno, a Springsfield (Oregon), un giovane di 17 anni ha ucciso a spari in una "high school" due compagni e ne ha feriti altri 20. Un anno dopo, due giovani di 17 e 18 anni hanno provocato il famoso bagno di sangue di Littleton (Colorado): con armi da fuoco e esplosivi nella loro scuola hanno ucciso 12 compagni, un professore e, in seguito, si sono tolti la vita.
In Europa, questi massacri nelle scuole sono stati interpretati dall’inizio, ancora nel contesto del tradizionale antiamericanismo, come una conseguenza del culto delle armi, del darwinismo sociale e della scarsa educazione sociale negli Usa. Però sono giustamente gli Usa, in tutti gli aspetti, il modello per tutto il mondo capitalista della globalizzazione, come subito si andrà a dimostrare. Nella piccola città canadese di Taber, appena una settimana più tardi del caso di Littleton, un adolescente di 14 anni ha sparato nei suoi dintorni, ammazzando un compagno di scuola. Altri massacri nelle scuole sono stati registrati negli anni ‘90 in Scozia, Giappone e vari paesi africani. In Germania, nel novembre del 1999, uno studente secondario di 15 anni ha ucciso la sua professoressa, munito di due pugnali; nel marzo del 2000, un ragazzo di 16 anni ha ucciso a spari il direttore della scuola e dopo ha tentato il suicidio; nel febbraio del 2001, un giovane di 22 anni ha ucciso con un revolver il suo capo d’azienda e poi il direttore della sua ex scuola per poi egli stesso farsi saltare in aria facendo detonare un tubo di esplosivi. Il recente atto di furia omicida di un giovane di 19 anni a Erfurt, che, verso la fine dell’aprile del 2002, durante l’esame conclusivo della scuola secondaria, ha ucciso con una bomba 16 persone (tra queste, quasi l’intero corpo docente della sua scuola) e che immediatamente dopo si è sparato alla testa, è stato solo il culmine, fino ad ora, di tutta una serie.

Evento mediatico


Naturalmente, il fenomeno delle mattanze nelle scuole non si può considerare in modo isolato. La barbara "cultura dell’atto di furia assassina" è diventato da tempo in molti paesi un evento mediatico regolare; i furiosi giovani tiratori delle scuole formano solo un segmento di questa microesplosione sociale. Le notizie delle agenzie sugli atti di furia omicida in tutti i continenti si possono tuttavia difficilmente contabilizzare; a causa della loro abbondanza relativa, sono accettate dai media solo quando hanno un effetto propriamente spettacolare. In tal modo, l'onesto svizzero che verso la fine del 2001 ha crivellato a spari con una pistola automatica mezzo parlamento cantonale e poi si è tolto la vita, ha raggiunto la celebrità mondiale tanto quanto l’altro universitario francese, laureato e disoccupato, che pochi mesi dopo ha aperto il fuoco con due pistole contro la Camera Municipale della città satellite parigina di Nanterre, ammazzando a vista poliziotti locali.

Se l’atto degli assassini furiosi armati è più comune delle speciali mattanze nelle scuole, entrambi i fenomeni sono a loro volta integrati al contesto più vasto di una cultura della violenza della società, che sta inondando il mondo intero nel corso della globalizzazione. Fanno parte di questo le numerose guerre civili, virtuali e manifeste, l’economia del saccheggio in tutti i continenti, la criminalità di masse armate, riunite in bande nei sobborghi poveri, nei ghetti e nelle favelas; in generale, si tratta dell’universale continuazione della concorrenza con altri mezzi. Per un verso, è una cultura del furto e dell’assassinio, la cui violenza si dirige verso gli altri; tuttavia gli autori assumono il "rischio" di morire essi stessi. Allo stesso tempo, per un altro verso, cresce anche l’autoaggressione immediata, come dimostrano i tassi crescenti di suicidio tra i giovani in molti paesi. Quantomeno nella storia moderna è una novità che il suicidio non si pratichi solo per disperazione individuale ma anche in forma organizzata e di massa. In paesi e culture tanto distanti tra loro come Usa, Svizzera, Germania e Uganda, le cosiddette "sette suicide" hanno destato negli anni ’90 più volte l’attenzione, in maniera macabra, per gli atti di suicidio collettivo e ritualizzato.

A quanto sembra, l’atto omicida furioso costituisce, nella recente cultura globale della violenza, il vincolo logico dell’aggressione agli altri e dell’autoaggressione, una specie di sintesi di assassinio e suicidio inscenati. Nella maggior parte, gli assassini furiosi non solo uccidono indiscriminatamente, ma distruggono in seguito anche la loro vita. E le diverse forme postmoderne di violenza cominciano a fondersi. L’assassino per rapina è anche un suicida potenziale; e il suicida potenziale è anche in potenza un furioso assassino. A differenza degli atti di omicidio furioso nelle società premoderne, non si tratta di raptus, accessi spontanei di furia folle, ma di azioni lungamente e accuratamente pianificate. Il soggetto borghese è determinato dall’autocontrollo strategico e dalla disciplina funzionale, questo anche quando cade nella follia omicida. I furiosi assassini sono robot della concorrenza capitalistica andati fuori controllo: soggetti della crisi, essi svelano il concetto di soggetto moderno, illuminista, in tutte le sue caratteristiche.

Terrorismo suicida

Anche un cieco in termini di teoria sociale deve vedere il parallelo con i terroristi dell’11 settembre del 2001 e con i terroristi suicidi dell’Intifada palestinese. Molti ideologi occidentali hanno preteso di attribuire questi atti incondizionatamente, con manifesta apologia, all’"ambito culturale alieno" dell’islam. Nei media si diceva di buon grado rispetto ai terroristi di New York, formatisi durante anni ininterrotti in Germania e negli Stati Uniti, che, nonostante l’integrazione esteriore, "non hanno raggiunto l’Occidente" dal punto di vista psichico e spirituale. Il fenomeno del terrorismo islamico, con i suoi attentati suicidi, si dovrebbe al problema storico che nell'islam non si è avuta nessuna epoca dell’illuminismo. La manifesta affinità interiore tra i giovani assassini furiosi occidentali e i giovani terroristi suicidi islamici dimostra esattamente il contrario.

Entrambi i fenomeni appartengono al contesto della globalizzazione capitalista; sono gli ultimi risultati "postmoderni" dell’illuminismo borghese. E’ proprio perché hanno raggiunto l’Occidente in tutti gli aspetti, che i giovani studenti arabi sono diventati terroristi. In verità, agli inizi del 21° secolo, l’Occidente (leggi: il carattere immediato del mercato mondiale e della sua totalitaria soggettività centrata sulla concorrenza) si trova nel mezzo di una grande trasformazione, e sotto condizioni specifiche. Però la differenza delle condizioni ha a che vedere più con la distinta forza del capitale che con la diversità delle culture. La socializzazione capitalista non è oggi secondaria in nessun continente, bensì primaria; e quello che fu ipostatizzato dalle ideologie postmoderne come "differenza culturale", appartiene perlopiù a una sottile superficie.

Il diario di uno degli assassini furiosi di Littleton è stato tenuto sotto sette chiavi dalle autorità nordamericane, non senza ragione. Grazie alle indiscrezioni di un funzionario si sa che il giovane criminale ha annotato, tra le altre fantasie di violenza, la seguente: "Perché non rubare in qualche momento un aereo e farlo cadere su New York?" Che imbarazzo! Quello che si presentava come un’atrocità particolarmente perfida della cultura aliena, aveva prima già preso forma nella testa di un prodotto emerso interamente dalla fabbrica del "freedom and democracy". Qualche tempo fa, la sfera pubblica ufficiale ha anche messo in evidenza l’informazione che, poche settimane dopo dell’11 settembre negli Usa, un adolescente di 15 anni si era lanciato sopra un edificio con un piccolo aereo. In tutta serietà, i media nordamericani hanno affermato che il ragazzo aveva ingerito una dose eccessiva di farmaci contro i brufoli e che, per questo, aveva sofferto di una passeggera turba mentale. Questa spiegazione è un degno prodotto della filosofia dell’illuminismo nel suo ultimo stadio positivista.

In realtà, la "sete di morte" rappresenta un fenomeno sociale mondiale postmoderno che non è legato a nessun luogo sociale o culturale particolare. Questo impulso non può esser scoperto considerandolo come la somma di meri fenomeni isolati e meramente accidentali. Esso evoca in realtà quello che provano i milioni che circolano con gli stessi pensieri disperati e le stesse emozioni insolubili, e che giocano con le stesse idee morbose. Solo in apparenza i terroristi islamici si differenziano dai furiosi assassini occidentali, con il rivendicare motivi politici e religiosi organizzati. Entrambi sono ugualmente lontani da un "idealismo" classico che potrebbe giustificare il sacrificio di sé stessi con obiettivi sociali reali.

Rispetto alle nuove e numerose guerre civili e al vandalismo nei centri occidentali, lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger constatò che "non si tratta di niente". Per comprenderlo, occorre invertire la frase: cos’è questo niente di cui si tratta? E’ il vuoto totale del denaro elevato a fine in sé, che ora domina definitivamente l’esistenza come dio secolarizzato della modernità. Questo dio reificato non ha in sé alcun contenuto sensibile o sociale. Tutte le cose e i bisogni non sono riconosciuti nella loro qualità propria, ma questa anzi la si estrae per "economizzarla", ossia, per trasformarla in mera "gelatina" (Marx) della valorizzazione e, in questo modo, in materiale indifferente (gleich-gültig).

Auto-smarrimento

E’ un inganno credere che il centro di questa concorrenza universale sia l’autoaffermazione degli individui. Ben al contrario, è la pulsione di morte della soggettività capitalista quella che viene alla ribalta come ultima conseguenza. Quanto più la concorrenza abbandona gli individui al vuoto metafisico reale del capitale, tanto più facilmente la coscienza scivola verso una situazione che supera il semplice "rischio" o "interesse": l’indifferenza verso tutti gli altri si converte nell’indifferenza verso il proprio io. Indizi riguardo questa nuova qualità dell’indifferenza sociale come "indifferenza a sé stessi" si ebbero già agli inizi della crisi della prima metà del secolo XX. La filosofa Hannah Arendt parlò in questo senso di una cultura dell’"auto-smarrimento", di una "perdita di sé" degli individui sradicati, e di una "debilitazione dell’istinto dell’autoconservazione" a causa del "sentimento per cui nulla dipende da sé stessi, il proprio io può essere sostituito da un altro in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo".

Quella cultura dell’auto-smarrimento e della rimozione che Hannah Arendt riferiva esclusivamente ai regimi politici totalitari dell’epoca si riscontra oggi, in una forma molto più pura, nel totalitarismo economico del capitale globalizzato. Quello che nel passato fu uno stato d’emergenza, diventa stato normale e permanente: il proprio quotidiano "civile" si converte nell’auto-smarrimento totale degli uomini. Questo stato non riguarda solamente i poveri e gli impoveriti, ma tutti, perché è divenuto lo stato predominante della società mondiale. Questo vale particolarmente per i bambini e gli adolescenti, che ormai non posseggono nessun criterio di comparazione e nessun criterio di critica possibile. Vi è una perdita di sé identica e una perdita della capacità di giudicare in vista dello schiacciante imperativo economico tanto nelle bande di vandali, di sequestratori e criminali quanto negli autosfruttati della "new economy" o nei promotori finanziari dell’"investment banking".

Quello che Hannah Arendt disse sui presupposti del totalitarismo politico è oggi il principale compito ufficiale della scuola, insegnare a "strappare dalle mani l’interesse", per trasformare i bambini in macchine produttive astratte; più precisamente, in "imprenditori di sé stessi", pertanto senza nessuna garanzia. Questi bambini apprendono che devono sacrificarsi all’altare della valorizzazione e provare tuttavia "piacere" in esso. Gli alunni della scuola primaria sono imbottiti già con psicofarmaci perché possano competere nel "guadagni e perdite". Il risultato è una psiche turbata dalla pura asocialità, nella quale l’autoaffermazione e l’autodistruzione diventano identiche. E’ l’assassino furioso che necessariamente viene alla luce dietro l’"automanager" della postmodernità. E la democrazia dell’economia di mercato piange lacrime di coccodrillo per i suoi bambini perduti, che essa stessa educa sistematicamente ad essere dei mostri autistici.

 Traduzione by lpz