sabato 20 gennaio 2007

Imperialismo di crisi



6 tesi sopra il carattere delle nuove guerre per l’ordine mondiale



Robert Kurz ha pubblicato in Germania nel 2003 il libro "Guerra d’ordine mondiale. La fine della sovranità e le mutazioni dell’Imperialismo nell’era della globalizzazione". Le sei tesi qui presentate riassumono alcune analisi fondamentali di questo libro.







Globalizzazione e crisi



Il capitalismo non è una cerimonia buddista, uno sguardo astorico non può arrivare a comprenderlo. La logica sempre identica del principio di valorizzazione non provoca il suo eterno ritorno, ma un processo storico irreversibile con condizioni qualitativamente diverse. Una tale costellazione mondiale deve essere analizzata in ogni momento in relazione allo sviluppo del capitale mondiale. Ogni volta che una fase di valorizzazione è esaurita, le istituzioni politiche, i concetti e le ideologie corrispondenti diventano obsolete. Ciò si verifica particolarmente allo stadio di maturità raggiunto alla fine del XX secolo dal sistema mondiale.



Dagli anni ’80 la terza rivoluzione industriale, la micro-informatica, ha cominciato a imporre un limite storico alla valorizzazione del lavoro vivo. Il capitale diventa allora "incapace di exploit", nel senso che si rivela impossibile una riproduzione ampliata in termini economici reali (espansione della valorizzazione) all’altezza degli standard di produttività e redditività irreversibili da esso raggiunti. Nelle metropoli questa "sovraccumulazione strutturale" del capitale mondiale, provocata dall’utilizzazione della micro-informatica, conduce a una disoccupazione strutturale di massa, a una sovra-capacità produttiva globale e alla fuga del capitale monetario nella sovrastruttura finanziaria (congiuntura delle bolle finanziarie). Nelle periferie, la mancanza di capitale impedisce l’equipaggiamento micro-informatico; e così le economie nazionali e intere regioni del pianeta collassano così velocemente che cadono sotto gli standard della logica del capitale e la loro riproduzione sociale è dichiarata “non valida” dal mercato mondiale.



Di conseguenza si assiste a una competizione nella diminuzione dei costi e nella chiusura delle imprese. La globalizzazione altro non è che una razionalizzazione transnazionale e, in questo senso, essa effettivamente rappresenta un fenomeno qualitativamente nuovo. All’esportazione tradizionale di capitali, sotto forma di investimenti d’espansione all’estero, si sostituisce l’outsourcing di determinate funzioni economiche per approfittare della differenza globale dei costi. Questo processo è indotto e alimentato dal capitale, ugualmente globalizzato, della bolla finanziaria.



Nelle condizioni di crisi della globalizzazione, la distanza tra le metropoli e la periferia non si riduce; da ora in avanti non si tratta di uno scarto nel grado di sviluppo capitalista ma nel grado di decomposizione sociale. La creazione transnazionale di valore si concentra nello spazio della "Triade" (Usa/Nord America, Unione Europea, Giappone/sud-est asiatico) mentre si riduce nel resto del mondo. Parallelamente, nel contesto dei mercati finanziari transnazionali, la dinamica della globalizzazione economica fa esplodere i meccanismi di regolazione delle economie nazionali.



Nelle metropoli lo Stato non scompare, ma cessa di essere il "capitalista collettivo ideale", nel senso classico. Come non può, a differenza dell’economia delle imprese, ramificarsi in forma transnazionale, perde una dopo l’altra le sue funzioni di regolazione e si riduce progressivamente e crudamente ad amministrazione repressiva della crisi. Non si tratta solo del degrado sociale di parti crescenti della società. E’ che, in aggiunta, il capitale distrugge involontariamente tutta una serie di sue proprie condizioni di esistenza. Viene allo scoperto, non in ultimo, la contraddizione qualitativamente nuova tra la valorizzazione, transnazionale, del capitale e la forma, nazionale, della moneta.



Nella periferia, la decomposizione degli apparati di Stato avanza a un ritmo molto più rapido. I servizi pubblici scompaiono quasi completamente, l’amministrazione capitola, gli apparati repressivi s’imbarbariscono. In un oceano di disorganizzazione e di impoverimento, solo piccole isole di produttività e profittabilità sopravvivono. Si interrompe ogni sviluppo dell’economia nazionale e le grandi compagnie annettono all’economia transnazionale questi settori "insulari". Contemporaneamente emerge un’economia del saccheggio, che fa pezzi la sostanza fisica della dilapidata economia nazionale e, secondo criteri etnici o religiosi, i gruppi della popolazione si aggrediscono l’un l’altro, in una continuazione della competizione con altri mezzi. Le istituzioni sociali sono sostituite da bande di saccheggiatori. Le elite si trasformano in leader etnici o religiosi, o in clan miliziani, in signori della guerra e principi del terrore.



Queste evoluzioni non rappresentano che uno stadio di transizione nell’avanzamento della crisi mondiale verso i limiti storici del processo di valorizzazione. Per ora, l’economia del saccheggio può ancora associarsi al mercato mondiale e può far apparire lo squartamento delle spoglie economiche come una perpetuazione del processo di valorizzazione, così come continua nei centri il rigonfiamento delle bolle finanziarie. Però entrambi i fenomeni si approssimano alla loro agonia totale.



Le trasformazione dell'imperialismo



Su questo sfondo, l’imperialismo classico è superato dalla storia. Se da un lato l’economia non può più essere formata e regolata in ambito nazionale, dall’altro la soggezione e l’incorporazione di masse di popolazione inutile non ha più senso per il capitalismo. Le forme territoriali di dominio e di espansione diventano obsolete. Le "mani" (manodopera) nella maggioranza globale hanno fatto il loro tempo senza potersi per questo sottrarsi alla logica capitalista che, come sistema di socializzazione negativa del mondo, è mantenuta a ogni costo.



Già nel dopoguerra la competizione tra le vecchie potenze espansive (soprattutto europee) era stata sostituita dalla competizione bipolare delle superpotenze: Usa e Urss. In questo ambito non era determinante la conquista di zone di influenza nazionali, ma la questione dei principi di regolazione e delle modalità della riproduzione capitalista. Si trattava della competizione sul mercato mondiale tra, da un lato, i ritardatari storici, le società della "modernizzazione di recupero", nella sfera d’influenza dell’Urss, e, dall'altro, i centri del capitalismo sviluppato, nella sfera d’influenza della pax americana. Gli Usa, in quanto forti delle loro risorse continentali e detentori del maggior mercato interno del mondo, sono diventati l’unica potenza dominante dell’occidente; a partire dalla seconda guerra mondiale hanno acquisito un definitivo vantaggio grazie al dinamismo del loro complesso militare-industriale.



Ora, dopo il crollo dell’Urss e la fine della "modernizzazione di "recupero", nel contesto della crisi della terza rivoluzione industriale, tornare ai vecchi conflitti inter-imperialistici tra potenze espansioniste nazionali sarebbe impossibile. Piuttosto ora ci confrontiamo con l’unificazione planetaria della pax americana, ma nel contesto di un precario capitalismo minoritario basato sulle bolle finanziarie e un’economia del saccheggio. Sarebbe ridicolo parlare di una nuova competizione inter-imperialista tra gli Usa e la Germania, o l’Unione Europea: l’apparato militare Usa, formato nei decenni di bonaccia post guerra, non ha competizione; ogni anno il budget militare Usa sorpassa più di venti volte quello della Germania. Non esistono le condizioni militari o economiche perché emerga una potenza rivale.



Malgrado certa retorica in questo senso e alcuni interessi isolati, gli Usa non agiscono in nome di un'espansione territoriale nazionale ma come una specie di potenza protettrice dell’imperativo di valorizzazione e delle sue leggi nelle condizioni di crisi del sistema mondiale. Tutto il mondo funziona nel contesto dei processi transnazionali di valorizzazione e sotto la pressione parallela di una massa crescente di "inutili". Per questa ragione il ruolo degli Usa come ultima superpotenza monocentrica non dev’essere analizzato esclusivamente in base alla sua potenza militare, ma anche attraverso le condizioni deterritorializzate della globalizzazione. La totalità del capitale transnazionale, i mercati finanziari e i residui degli apparati di Stato del centro dipendono dalla capacità di dominio degli Usa come gendarme del mondo.



Si è così cristallizzato un "imperialismo collettivo ideale", sotto l’egida unica degli Usa, prolungata dalla Nato e altre istituzioni del capitalismo mondiale. L’immagine del nemico non è chiaramente associata agli interessi nazionali o al confronto inter-imperialista, ma al carisma democratico attribuito alla globalizzazione imperiale contro gli spettri della crisi del sistema mondiale unificato. L’impero del capitalismo di Stato della "modernizzazione di recupero", naufragato, è sostituito oggi, in quanto nuovo "Impero del Male", dalle diffuse potenze perturbatrici, dal terrorismo etnico e religioso, dalle situazioni di anomia etc.



"L’imperialismo ideale globale" agisce essenzialmente, senza mai successo, come imperialismo securitario ed esclusionista per conto del centro democratico e capitalista contro le situazioni di crisi create proprio dal capitale. Si prova a creare sicurezza allo scopo di garantire il funzionamento regolare delle transizioni capitalistiche perfino nelle precarie isole della valorizzazione della periferia. La garanzia del flusso di combustibile per la macchina del mondo capitalista è prioritario. Neanche si tratta di specifici interessi nazionali sul petrolio, ma del processo di valorizzazione transnazionale. E soprattutto, ci sono pretese di controllo oltre l’ambito territoriale, ossia l’interesse comune del centro di fronte ai movimenti globali di fuga e migrazione che vengono dalle zone crollate della periferia.



La fine della sovranità



Le divergenze all’interno della cornice dell’imperialismo collettivo democratico (per esempio l’attuale disputa tra Germania, Francia, Belgio etc, da un lato, e gli Usa, dall’altro) sono secondarie. Dedurre da queste la possibilità di un nuovo gran conflitto inter-imperiale, secondo il modello dell’epoca delle guerre mondiali, sarebbe tanto poco chiaroveggente come tentar di presentare le divergenze tra la Germania nazista e la Spagna di Franco (che, com’è noto, si manteneva al margine della seconda guerra mondiale) come il conflitto "reale" di questo periodo.



Non è una relazione di competizione nazionale, secondo il vecchio modello, che motiva le attuali divergenze, ma il timore di certi governi subalterni su conseguenze eventualmente incontrollabili. La Nato e il resto degli Stati si dividono tra vassalli devoti e vacillanti, ma senza che questi ultimi siano capaci di avere solo la velleità di un’aperta ribellione agli Usa. L’esitazione nasce piuttosto dal timore che essi non tengano il dito nel grilletto mentre i volontari sono reclutati preferibilmente tra quelli che non hanno nulla da perdere e che in ogni modo non hanno niente da dire.



Già dall’intervento in Afghanistan non c'è stata nessuna opposizione alle guerre per l’ordine mondiale sotto l’egida dell’Usa e il governo rosso-verde tedesco ha inviato, sotto la bandiera democratica, le sue truppe ausiliare nel campo di battagli. Ora, il golpe preventivo annunciato contro l’Iraq provoca inquietudine perché il diritto internazionale, l’Onu e il principio di sovranità – le garanzie della famosa comunità internazionale degli Stati e dei "popoli" – sono apertamente violati. Germania, Francia e compagnia cominciano a temere di essere trattati presto allo stesso modo e che l’edificio ideologico di legittimazione che ha funzionato fino ad ora possa crollare.



Che gli Usa calpestino in modo così duro le regole del gioco del mondo politico capitalista che essi stesso hanno promulgato dopo il 1945 è il risultato della contraddizione interna tra la costituzione nazionale dell’ultima potenza mondiale e la sua "missione" transnazionale come potenza protettrice del processo globalizzato di valorizzazione. La ragione profonda è che è diventato obsoleto lo stesso principio di sovranità, il quale consiste nel riunire territorialmente popolazioni come "forza lavoro globale". Perfino gli Stati del centro, Usa inclusi, cedono, "privatizzando", molte funzioni interne di sovranità, incluso l’apparato repressore. Negando la sovranità degli "Stati del golfo", gli Usa non fanno altro che proiettare la crisi mondiale sul livello politico-giuridico, con il che si annuncia la fine delle relazioni contrattuali borghesi in generale (e perfino la sovranità degli Usa). La resistenza conservatrice di fronte a questa dinamica di una parte degli Stati europei è destinata al fallimento. E’ probabile che vecchi risentimenti americani possano qui giocare un ruolo, ma questo non è decisivo.



Petrolio per la borsa



Il problema che si pone al gendarme del mondo dell’"imperialismo collettivo" risiede nel fatto che può agire unicamente sulla base della sovranità nazionale, che per altro verso deve distruggere con le proprie mani per mantenerne l’esistenza. Questo riguarda anche i sistemi di armamento hig-tech i quali sono concepiti per i conflitti territoriali classici. Gli spettri della crisi, i disturbi potenziali, le bande terroriste etc non possono essere scalfite con questi sistemi, perché agiscono nelle pieghe della globalizzazione. Al Qaeda è organizzata esattamente come una grande impresa transnazionale. Di fronte a questa, la superiorità militare si dimostra inutile e la "guerra contro il terrore" è come un colpo di spada nell’acqua. Contemporaneamente, con la fine imminente della congiuntura delle bolle finanziarie, avanza la minaccia della crisi nello stesso centro capitalista e specialmente nel suo cuore, che è l’economia Usa, e questo può trascinare con sé una depressione grave in ambito mondiale. Rischio che includerebbe perfino la capacità di finanziamento dell’apparato hig-tech dell’ultima potenza mondiale.



E’ per questa ragione che l’amministrazione Usa è retrocessa dalla "guerra al terrorismo" al paradigma degli "Stati del golfo". L’attacco preventivo contro l’Iraq rappresenta una doppia fuga in avanti. Da un lato si tratta di "vincere" la sovranità iraqena già in rovina, stato territoriale classico e avversario facile con il suo esercito fatiscente, per dimostrare al mondo chi comanda a bordo. Dall’altro c’è l’intenzione di ammortizzare l’imminente fallimento economico mettendo mano direttamente ai campi di petrolio iraqeni (e probabilmente sauditi) e lo smantellamento dell’Opec. Ciò che qui è in causa non è tanto il flusso materiale di petrolio, che sarebbe garantito senza intervento militare, ma il salvataggio a breve termine dei mercati finanziari. Il riciclaggio delle bolle finanziarie, in via di agonia, deve esser rinnovato, ciò che è possibile solo con un’ "opzione futura" nella nuova prosperità secolare. Dopo che il "secolo del Pacifico", con la caduta del modello giapponese e dei paesi del sud est asiatico, si è rivelato un flop pari a quello della New Economy della comunicazione capitalista ((Internet e Telecom), è ora l’opzione di "petrolio a prezzi pre-Opec" che va assicurata sotto il controllo diretto degli Usa.



Ma il colpo potrebbe risalire per il rinculo. E' chiaro che l’esercito iraqeno non costituisce un serio avversario. Ma i combattimenti per le strade di Baghdad ed altri centri provocano molte vittime, importanti distruzioni e milioni di rifugiati, ciò che moralmente scredita gli Usa in tutto il pianeta. Su tutto ciò, l’installazione di uno stabile regime si prospetta impossibile: i regimi di Milosevic e Saddam rappresentano un modello di sovranità in declino. Un’amministrazione Usa in Iraq e nell’intera regione petrolifera, in permanente confronto con la guerriglia e il terrorismo, non sarebbe finanziabile né sostenibile in forma politica e militare. La "vittoria" sull’Iraq sarebbe inevitabilmente una vittoria di Pirro che non farebbe altro che rinforzare la crisi del sistema mondiale.



La pulsione di morte del capitale



In ogni modo non si tratta solo della falsa razionalità di certi "interessi", sempre subordinata all’irrazionale fine in sé del principio della valorizzazione. Il materialismo volgare degli interessi non vede la "metafisica reale" del capitale come una religione secolarizzata, in cui l’irrazionalità ai margini del sistema schiaccia i suoi interessi razionali immanenti. L’imperativo della valorizzazione, indifferente a ogni contenuto sensibile, esige finalmente la dissoluzione del mondo fisico nell’astrazione formale e vuota del valore, ossia la sua distruzione. A questo livello si può parlare di una pulsione di morte agnostica propria del sistema capitalistico che si esprime tanto nella logica distruttiva dell’economia come nel potenziale di violenza inerente alla competizione. Posto che queste contraddizioni non possono più essere dissolte in un nuovo modello di accumulazione, questo impulso appare oggi in forma immediata e su scala globale.



La difesa del sistema a qualsiasi prezzo si trasforma in autodistruzione dei suoi attori. Furia assassina, sette suicide e autori di attentati suicidi confermano questa logica obiettiva: sono reazioni alla crisi senza prospettiva e che portano a dimensioni fin qui sconosciute. La sindrome antisemita, direttamente legata a questo fenomeno, risorge come ultima risorsa ideologica di crisi della "forma soggetto" capitalista, ma senza una relazione con una determinata storia di costituzione nazionale e imperiale (come quella dell’impero austro-tedesco del passato), piuttosto inondando il mondo con amalgami diffusi, postmoderni e postnazionali, principalmente religiosi.



Una volta che la razionalità capitalista del soggetto illuminista borghese non si può più presentare in un nuovo modello di accumulazione, smette di costituire una potenza immanente contro l’impulso di morte del sistema, ma essa stessa diventa immediatamente un elemento di questa irrazionalità. Illuminismo e contro-illuminismo, ragione e follia, democrazia e dittatura vengono a coincidere. L’imperialismo democratico globale è incapace di pacificare il suo stesso mondo in crisi e diventa allora uno "psicopatico furioso collettivo ideale", capace di ricorrere perfino alle armi nucleari, minaccia che gli Usa hanno già apertamente fatto contro le zone insicure, contro gli elusivi spettri della crisi o contro le masse di "inutili".



1914 o 1941?



Non esiste un’alternativa immanente. La sinistra non sa far altro che elogiare le alternative immanenti dell’ontologia e della storia dello sviluppo capitalista, e così si rifugia in gran parte nel passato e si intrattiene su una assurda disputa sul fatto se siamo nel 1914 o nel 1941. Entrambi le fazioni rimangono bloccate mentalmente al tempo del capitale formato dalle economie nazionali e dalle potenze espansioniste dell’imperialismo nazionale. Entrambe sono analfabete sulla teoria della crisi e più estesamente su tutta la critica dell’economia politica. Entrambe si aggrappano all’immanente razionalità capitalistica del soggetto illuminista borghese.



I nostalgici del 1914 e i partigiani della mummia di Lenin invocano il fantasma di un’alleanza "antimperialista" tra oppositori di sinistra alla guerra nelle metropoli e i "sovranitaristi" e i "popoli" del Terzo Mondo che difendono la loro indipendenza – in senso moderno - contro gli imperialismi degli Usa o dell’Ue. I nostalgici del 1941, al contrario, delirano con l’idea di una coalizione "anti-Hitler" sotto l’egida delle "buone" potenze occidentali contro il "fascismo islamico" e i suoi complici tedeschi, per la difesa di Israele e della "civilizzazione".



Ma il regime di Saddam non vale né come nazi-impero che minaccia il mondo né come piena forza per le speranze di sviluppo nazionale, e Bin Laden non è né Hitler né Che Guevara. Lo Stato palestinese collassa prima della sua fondazione perché la sovranità nazionale non rappresenta più assolutamente alcuna opzione di emancipazione; all'inverso, l’Intifada e i barbari attentati suicidi non possono essere messi sullo stesso livello della distruzione industriale degli ebrei ad Auschwitz. I falsi amici del Terzo Mondo integrano Israele all’imperialismo, non coscienti della sua qualità, risultato del globale antisemitismo; i falsi amici di Israele glorificano le forze reazionarie e ultrareligiose responsabili dell’omicidio di Rabin e cadono essi stessi in un’agitazione razzista primaria. I primi negano Israele come luogo di rifugio, gli altri ignorano il fatto che la sua esistenza è più minacciata dalla barbarie della crisi interna che dalle minacce militari esterne.



Gli zombie del 1914 accettano la barbarie nazionalista e antisemita, culturalista e antiamericana della "lotta di classe" e dell’ "antimperialismo". Gli zombie del 1941 abbandonano qualsiasi critica alla guerra dell’ordine mondiale, denunciano imperturbabili e sereni l'opposizione israelita e nord-americana alla politica dei loro governi e utilizzano la necessaria critica dell’antisemitismo e dell’antisionismo in legittimazione del terrore democratico delle bombe. Quello che è necessario al posto di tutto questo è un’opposizione radicale alla guerra che mostri la reale situazione del mondo e sviluppi una critica categoriale della modernità capitalistica che vada più in là dell’erronea immanenza delle apparenti alternative, le quali altro non rappresentano che forme diverse della stessa barbarie della crisi cosmopolita.







traduzione by lpz



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